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23/11/2009

Vaccino si? Vaccino no?

Le multinazinali dei farmaci gongolano: vaccino si! Qualcuno fa girare nel web mail allarmistiche contro i rischi di morte del vaccino stesso: vaccino no! Quindi: vaccino si, o vaccino no, non abbiamo alcuna garanzia.
C'é una grande fragilità della cultura moderna di fronte a quel che accade. Il punto è che occorre stare con i piedi per terra e magari alle
indicazioni del Ministero della Salute . Smettiamola però di vivere nella paura ossessiva di tutto: la realtà va guardata nella totalità dei suoi aspetti.
SamizdatOnLine

PANDEMIA INFLUENZALE TRA STATISTICA E CLINICA
La pandemia influenzale. I dati ci assalgono, siamo diventati tutti esperti di statistiche, conosciamo cosa sono gli adiuvanti, la loro funzione, dove si producono i vaccini, e che cosa significa H1N1. Tante informazioni, ma poche spiegazioni sul loro significato. Allora, l’obiettivo diviene quello di identificare gli elementi che ci aiutino a ragionare e ad avvicinarsi, per quanto possibile, alla verita’. E, nella pandemia da virus influenzale, il bisogno di elementi chiari su cui impostare il nostro desiderio di conoscere e’ particolarmente pressante.
Vediamo quindi, a distanza di circa 5 mesi dalla dichiarazione di pandemia influenzale, cosa dicono i numeri italiani.
Numero di casi
Utilizzando il sistema epidemiologico dei medici sentinella (un sistema sperimentato e validato) le persone in Italia infettate da virus influenzale risultano essere nell’ordine dei 2 milioni. La gran parte di esse risulta infettata nelle ultime due settimane, e il loro numero e’ salito rapidamente. I sistemi di sorveglianza virologica, valutati nella settimana del 18 novembre, indicano che il 78% circa dei pazienti con sintomatologia di tipo influenzale, aveva effettivamente contratto il virus. Il restante 22% era infettato da altri patogeni. Il tasso di incidenza della sindrome influenzale e’ nell’ordine di 12 casi per mille assistiti; tale parametro e’ in aumento di settimana in settimana. La fascia di età più colpita e’ quella tra 0 e 14 anni, con particolare rilievo tra 5 e 14 anni (circa 42 casi per 1000 assistiti). Di contro, la fascia oltre i 65 anni e’ poco colpita (nell’ordine di circa 1,5 casi per 1000 assistiti).
Esiste quindi una differenza sostanziale, e rilevante, tra la penetrazione dell’influenza nei giovani e quella negli anziani. La morbilità totale e’ quindi alta, superiore a quella della gran parte delle epidemie influenzali degli anni scorsi.
Mortalità
La pandemia ha causato in Italia, ad oggi, 62 morti. Tutti tranne 3 erano portatori di altre patologie che, in qualche maniera, possono essere considerate concause di morte, o comunque fattori in grado favorire le complicanze e quindi di peggiorare la prognosi. Il tasso di mortalità attuale e’ dello 0,0041% dei malati. Tradotto in numeri reali, ciò significa 4,1 morti per 100.000 persone che hanno contratto l’influenza. Il tasso di mortalità dell’influenza stagionale e’
mediamente dello 0,2%, ossia 200 morti per 100.000 persone infettate. I numeri indicano pertanto un tasso di mortalità per ora basso, e comunque largamente al di sotto (50 volte circa) di quella dell’influenza stagionale, che ogni anno miete alcune migliaia di vittime (sconosciute e misconosciute), direttamente o, più spesso, indirettamente, per le complicazioni che l’accompagnano.
Morbilità grave
In termini di morbilità grave, nella settimana tra il 2 e l’8 novembre, il 12% circa di tutte le persone visitate al Pronto Soccorso degli Ospedali italiani, lamentava sintomatologia respiratoria. Il 17% di questo 12% (circa il 2% del totale) e’ stato poi ricoverato per accertamenti e/o per terapia. Ciò significa che il 2% circa di tutte le visite al Pronto Soccorso (per qualsiasi causa, respiratoria, cardiaca, traumatica, ecc), ha poi avuto bisogno di ricovero per problemi respiratori (quindi circa 1 su 50 visitati). Ovviamente in questo numero vanno incluse, oltre all’influenza, tutte le patologie
respiratorie, le broncopatie croniche-ostruttive, le polmoniti di qualsiasi origine, le insufficienze respiratorie croniche, eccetera. Le statistiche sanitarie generali nei periodi al di fuori della pandemia indicano, ad esempio nel Lazio, che il 10-15% del totale delle visite effettuate al Pronto Soccorso richiede successivamente il ricovero. E’ presumibile quindi che, in questo periodo, circa il 15-20% del totale dei ricoveri a seguito di visita al Pronto Soccorso sia da attribuire a patologie respiratorie, nel senso ampio della parola (sindrome influenzale in primis, ma anche enfisema,bronchiti croniche ostruttive, ecc).
Sindromi respiratorie gravi
Sempre dai dati del Ministero (le cui informazioni sono in effetti puntuali e precise), risulta che le Regioni hanno segnalato fino ad oggi 432 ricoveri in ospedale per complicanze da sindrome influenzale, di cui 216 hanno richiesto cure di alta specializzazione e assistenza respiratoria. Tale quota e’ pari allo 0,0142 per cento del totale stimato delle persone che hanno contratto la nuova influenza A. In altre parole, 14 persone su 100.000 che hanno contratto l’influenza in questo periodo hanno avuto bisogno di assistenza respiratoria specialistica.
Vaccinazione
In tutto ciò, il numero di persone vaccinate per l’influenza pandemia ha raggiunto le 170.000 unità. Tale numero e’ ancora basso. E’ peraltro possibile che le cifre aumentino rapidamente nei prossimi giorni, con la disponibilità piena del vaccino in tutti i Centri sul territorio preposti alla distribuzione del vaccino.
Valutazione dei dati
Cosa concludere da questi dati? Innanzitutto, che sono dati mobili, altamente dinamici, che possono cambiare rapidamente con i giorni e le settimane. Siamo di fronte al picco (o primo picco) della pandemia influenzale? Difficile dirlo. Negli Stati Uniti il numero di casi virologicamente confermati per virus influenzale e’ nell’ordine del 30%, molto più basso, in apparenza, del tasso di conferma in Italia e in Europa (78%, vedi sopra). Può questo significare che il picco e’ gia’ passato negli Stati Uniti (nella cui area, ricordiamo, la patologia ha avuto il suo inizio), e che e’ in corso o
comunque in arrivo in Europa e in Italia? Sarà possibile saperlo solo quando i dati epidemiologici e virologici ci mostreranno un calo dei casi, dopo il netto aumento che stiamo vedendo in questi ultimi giorni.
Un altro elemento da considerare, in una valutazione razionale, e’ che la mortalità si e’ mantenuta molto bassa, e che anche la morbilità grave non sembra essere un elemento che, al momento, faccia pensare ad un prossimo intasamento dei reparti di terapia intensiva e di rianimazione. La malattia, peraltro, e’ molto mutevole, e ciò che accadrà domani e’ difficilmente prevedibile. E’ interessante vedere come molti “esperti” si lancino in previsioni di morbilità e mortalità. I virologi sanno che il virus influenzale e’ poco prevedibile, e pertanto diviene importante essere preparati a
qualsiasi evenienza (cosa che in Italia e’ effettivamente avvenuta).
In questa storia così fluida, così necessaria di attenzione, di osservazione, di lettura analitica e sintetica di una realtà mutevole, l’unico elemento veramente stonato, su cui forse e’ necessario già impostare un giudizio, e’ l’eccesso di “attenzione”. In una società terrorizzata dalla morte e dal dolore, dove ciò che rappresenta un elemento di fatica viene accantonato, dove gli anziani rappresentano un peso, dove la nascita di un bambino rappresenta un’esperienza e non più un dono, dove il “benessere” rappresenta un elemento portante, quasi esistenziale, della vita, l’attenzione morbosa su questa pandemia rischia di diventare un’esorcizzazione del concetto stesso di malattia. La normalità della malattia, presente costantemente nella vita dell’uomo, dalla nascita alla morte, viene così ridotta ad evento mediatico, e, tramite i riti sociali, esorcizzata al fine di riprendere un percorso di “benessere” che aiuti a dimenticare le domande vere dell’uomo.
Editoriale a cura del Prof. Carlo Federico Perno
Ordinario di Virologia, Universita’ di Roma “Tor Vergata”
Primario, Virologia Molecolare, Policlinico “Tor Vergata”

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Postato da: massimo70 a 20:13 | link | commenti

Assegni familiari. Famiglie, siamo con voi !

Sulla famiglia, da anni e ancora oggi, poca attenzione. Perché? c'é da domandarsi. Ma é giusto fermarsi solo all'attesa che lo Stato risolva il problema reale, oppure é possibile, partendo dal proprio cuore ed esperienza, muoversi e cercare risposte dovunque, anche dalle istituzioni?  Qualcuno, come Cometa, ci ha provato.
SamizdatOnLine

«Con 6 figli piccoli, tagliati gli assegni familiari» - Avvenire

Caro Direttore, le pare possibile che a una famiglia numerosa con sei figli minori, con un reddito totale complessivo di all’incirca 25.000 euro, vengano sottratti gli assegni familiari, componente evidentemente assai importante del reddito? Si tratta infatti di 800 euro mensili che vengono meno, perché oltre al reddito da lavoro dipendente è presente un reddito che proviene dall’affitto di una casa di proprietà. Il reddito di questa abitazione è il 32% del reddito complessivo, mentre il reddito da lavoro dipendente è del 68%, inferiore a quel 70% che permetterebbe di mantenere gli assegni familiari. Tale regolamento che si basa solo sulle percentuali invece che sul reddito effettivo commisurato al numero dei componenti la famiglia, mi creda, compie una grave e seria ingiustizia nei confronti delle famiglie oneste, alle quali ripugna ricorrere a piccole furbizie anche se queste contribuirebbero a rendere un po’ più umana una situazione inaccettabile. Se questi sposi chiedessero la separazione o fossero solo conviventi, non sconterebbero questi problemi. Come si può salvare la famiglia, se non si correggono queste sperequazioni che minano gravemente la sua capacità di garantire la vita e la dignità dei figli? Come coordinatori dell’Associazione famiglie numerose non possiamo sottrarci al denunciare un sopruso di tale entità, che è peraltro più diffuso di quel che si creda. Io stessa conosco altre situazioni simili, tra cui quella di una famiglia con 4 figli in cui la moglie lavora part-time e il marito è commerciante. Neppure loro percepiscono gli assegni, che, specie quando i figli sono numerosi, sono un sostegno vero. Confido nel suo aiuto e nella concreta solidarietà, soprattutto da parte chi può correggere certe storture e aberrazioni. A disposizione di chi volesse rimediare.
Maria Assunta Muzzin coordinatrice Associazione famiglie numerose di Pordenone consigliere regionale Forum associazioni familiari Friuli-Venezia Giulia

La sua lettera, gentile signora Muzzin, richiama quella politica che non perde occasioni per declamare di 'esigenze' e di 'attese del Paese e della gente reale', a guardarla davvero in faccia, quella 'gente reale'. Ad arrossire dinanzi a persone per bene come lei e le famiglie di cui si fa portavoce, rigorosamente corrette nell’adempiere ai propri doveri, che si trovano vessate da quello stesso fisco che invece è, proprio in queste settimane, prodigo di comprensione e agevolazioni con chi gli ha sottratto valanghe di euro. L’ingiustizia è flagrante e intollerabile. Prima che la coscienza morale è il nostro senso di cittadinanza a ribellarsi. In un’Italia in cui l’evasione fiscale sugli affitti è vizio generalizzato, non è giusto che una famiglia di 8 persone, per 2 punti percentuali (oggi il lavoro dipendente deve per legge rappresentare almeno il 70% del reddito) su 25.000 euro, cioè per 500 euro, sia privata di quasi 10.000 euro di assegni, vedendosi ridotta praticamente in miseria, per di più a motivo della propria estrema correttezza. Anche la Finanziaria di quest’anno ha riservato amarezze alle famiglie, con l’eliminazione perfino del Bonus Famiglia introdotto appena l’anno scorso.
Nonostante il fondo per gli assegni al nucleo familiare (questa è la denominazione esatta) sia in attivo ormai da moltissimi anni per la modestia delle erogazioni e per la riduzione della platea dei beneficiari, si continua a dirottarne i proventi verso altre destinazioni.
Resta anche l’altra ingiustizia, da lei evidenziata con l’ultimo esempio descritto: i lavoratori autonomi ne sono esclusi, mentre, se lo scopo degli assegni è di alleviare situazioni familiari di bisogno, la distinzione tra lavoratori dipendenti e autonomi non avrebbe ragione d’essere. Il tema era stato dibattuto, al tempo del governo Prodi, dalla Conferenza nazionale della famiglia del 2007, ma anche allora senza tradursi in scelte concrete. Il bilancio non può quindi che essere deludente, anche se continuiamo a sperare che un soprassalto di responsabilità possa indurre il Parlamento a correggere almeno le distorsioni più gravi. C’è ancora qualche giorno: aspettiamo, vigili anche se non molto fiduciosi.

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Postato da: massimo70 a 14:16 | link | commenti

17/11/2009

Padre Popieluszko: anche grazie a lui cadde il Muro

Padre Popieluszko: anche grazie a lui cadde il Muro - intervista a Renato Farina


A 25 anni esatti dal martirio di don Jerzi Popieluszko, sacerdote polacco che durante i giorni di Solidarnosc, fu torturato e ucciso dal potere comunista, nelle nostre sale arriva il film dedicato alla sua storia. Con Renato Farina, deputato PdL e scrittore, ripercorriamo quel periodo drammatico alla luce delle celebrazioni per la caduta del Muro di Berlino. Con un appello alle nuove generazioni e la speranza che il film non faccia la fine "clandestina" di Katyn:


Il film “POPIELUSZKO: non si può uccidere la speranza” del regista polacco Rafal Wieczynski è da far vedere ai giovani, perché possano imparare dalla storia e attingere a piene mani da un passato che in questo caso è denso di significato anche per il nostro presente.
Il film, in parte documentario, in parte tutto incentrato sulla figura del testimone, è teso ed estremamente drammatico. Bellissimo per come è girato ed è interpretato.
Il grande affresco corale descrive la vita di padre Jerzy, la sua formazione e soprattutto la sua implicazione con il sindacato libero Solidarnoœæ, quello fondato da Lech Walesa, di cui fu in pratica, su richiesta degli operai, il cappellano.  La sua fama aumentò quando nella Polonia stretta nella morsa dello stato di guerra proclamato dal generale Jaruzelski, promosse le Messe per la Patria, celebrate una volta al mese a Varsavia, che attirarono migliaia di fedeli da tutto il Paese. Era considerato un maestro di vita da tanti studenti, intellettuali, operai, artisti e anche persone lontane dalla fede per il suo modo di vivere il cristianesimo: una totale dedizione al fatto cristiano vissuto come risposta all’uomo dentro le circostanze del presente.
Nel 1984, all’età di 37 anni, fu rapito da tre funzionari che lo torturarono e poi lo uccisero. Dopo alcuni giorni di ricerche, il suo corpo fu ritrovato in uno stagno della Polonia centrale. Oltre 500.000 persone parteciparono ai suoi funerali.
Papa Giovanni Paolo II lo definì un “autentico profeta dell'Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte”.
Che cosa s’impara dal film? Che cosa possono imparare i giovani?
Anzitutto che la storia recente dell’Europa ha un nodo rappresentato dalla nazione polacca e in essa dal ruolo giocato dalla Chiesa cattolica.
Fili provvidenziali imperscrutabili legano eventi storici recenti come l’elezione al soglio di Pietro di un Papa polacco, la nascita del movimento di Solidarnosc, l’estendersi del suo metodo pacifico di opposizione al regime comunista fino allo sfaldamento, nel 1989, dell’intero blocco comunista europeo orientale. 
Si impara, ancora, a non sedersi sugli allori: la vita è un compito il cui nucleo si assapora trafficando ciò che si è ricevuto. Ciò per cui ci si consuma, il significato dell’esistenza, abbellisce e matura la persona anche nel dramma del sacrificio.
Il regista del lungometraggio, Rafal Wieczynski, non a caso ha spiegato che: “Il mio scopo era di testimoniare il suo destino". Ed il film su Polpieluszko rappresenta molto bene che il destino è un bene presente, per il quale il sacerdote dona tutto se stesso perché tutti noi possiamo ricevere, grazie alla testimonianza, la medesima certezza.
Il film è attualmente in visione in tre/quattro città in tutta Italia. Come al solito la cultura dominante preferisce addormentare le coscienze per renderle più prone alle mode e al sottile potere del nichilismo.
Facciamo un appello affinché il film sia richiesto, spiegato, approfondito. Anche da qui passa una responsabilità educativa. (editoriale di DIESSE)

Postato da: massimo70 a 12:41 | link | commenti

16/11/2009

A venti anni dalla caduta del muro di Berlino

ovvero Breznev il profeta
Siamo a cena. Abbiamo appena finito di assistere ad una conferenza sul crollo del muro di Berlino.
E' con noi, uno dei relatori, il giornalista inviato all'estero, esperto di Europa dell'Est. Ripercorriamo con lui alcuni spunti della discussione che c'è stata.
"Uno dei primi desideri di Giovanni Paolo II, diventato papa nel 1978, è quello di far visita alla sua nazione, la Polonia. Consapevole delle difficoltà che questo viaggio avrebbe avuto....."
"Perchè, che problema c'era per lui ad andare in Polonia?" - l'interruzione della nostra giovane amica, al tavolo con noi, ci lascia per un attimo, perplessi.

E' una neolaureata, è una ragazza vivace, sveglia, informata.
Con qualche imbarazzo, il giornalista riprende: "Beh, ... in Polonia c'era un regime comunista. Gierek, il capo polacco
dell'epoca, nelle sue memorie, ha scritto che, rispetto a questo viaggio del Papa, si è consultato a lungo, con Breznev,
capo dell'URSS, che lo ha sempre sconsigliato, dicendogli: 'Da questo viaggio ti arriveranno solo dei guai!'. "
Mentre continuo a seguire le interessanti ed appassionate spiegazioni del nostro amico giornalista, non posso non ritornare su questa domanda della nostra giovane amica. Da venti anni, il comunismo reale è crollato in Europa ed ormai, esiste un'intera generazione che non l'ha direttamente conosciuto.
E quindi non si percepisce fino in fondo quanto fondamentale sia stato quel Papa polacco che nel 1979 mobiliterà folle sterminate nella sua Polonia, ridando dignità e forza al suo popolo.
Lo si sarebbe visto l'anno successivo, ai cantieri di Danzica. Walesa - insieme ai dieci milioni di aderenti a Solidarnosc -, ha dato la prima picconata anche al muro di Berlino.
Ma occorre che questa storia diventi memoria viva, occorre non dimenticare l'ideale che ha mosso milioni di persone sulle piazze, di Praga, di Cracovia, di Budapest, di Berlino, usando i metodi della non violenza, capaci di sfidare e poi di sconfiggere il regime più dispotico della storia.

Forse, la ripresa viva di quell'ideale di libertà è il miglior antidoto all'indifferentismo morale di cui oggi è malata l'Europa.

Secolo XX e dintorni  socio di  SamizdatOnLine

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12/11/2009

Una presenza irriducibile

Il crocifisso di Michelangelo.

12/11/2009 - Il volantino di Comunione e Liberazione a proposito della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sui crocifissi (anche in formato pdf)

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani - l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera - si sono scandalizzati della decisione.

«E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.
Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.
Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.
Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.
I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!

Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere - ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti - abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.
Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.

La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».

Comunione e Liberazione

 

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Postato da: massimo70 a 22:30 | link | commenti

11/11/2009

Pastori che non dormono

La sconfitta dei movimenti gaysti nel referendum avvenuto agli inizi di novembre nello stato americano del Maine ha senz’altro vari risvolti e motivi di interesse perché ne sia fatta un’analisi attenta.
Ma vorrei qui sottolineare uno degli aspetti che forse meno è venuto fuori sulla nostra stampa, nella sua quasi totalità intristita e abbacchiata dal risultato. Il ruolo attivo, e ritenuto decisivo, che in tale campagna ha giocato il vescovo di Portland, Richard J. Malone.

In maniera particolare, pare sia stata veramente importante una lettera che il vescovo ha scritto al suo gregge. In tale lettera, il vescovo con molta calma, però con chiarezza, ha richiamato i punti fondamentali della visione cristiana del matrimonio, ma ha anche illustrato come il matrimonio sia quello che una volta si chiamava bene d’ordine, fondamentale per il funzionamento e la stabilità di ogni società umana. Senza mai andare oltre le righe (come si può leggere nella pacata dichiarazione dopo il risultato del referendum), il vescovo Richard ha semplicemente fatto il suo dovere.

Ora, fino a qui è qualcosa che non dovrebbe colpire più di tanto. Quello che più ha richiamato la mia attenzione, invece, è stato il fatto che il vescovo non si è limitato a scrivere una lettera, ma si è impegnato fino in fondo a diffondere la sua posizione, ha promosso collette per finanziare la campagna, ha parlato in ogni angolo e in ogni occasione. Perché? Perché proprio come dice la notizia di Rainews24.it che ho riportato in apertura, “le organizzazioni gay avevano montato una campagna energica e ben finanziata”. Se i valori in gioco sono decisivi, a un’azione energica e ben finanziata si deve rispondere in maniera energica e ben finanziata. I movimenti che stanno scardinando i valori cristiani dalla nostra società sono organizzati, energici e ben finanziati, soprattutto con una fitta rete di ben addestrati militanti. Ha fatto male il vescovo a impegnarsi in quel modo? Ha abusato del suo ruolo? A me pare proprio di no.

Come tutti i processi storici, anche questo attacco inaudito all’eredità giudeo-cristiana un giorno passerà. Ma costerà molte sofferenze che, mi chiedo, forse potrebbero essere attenuate con una risposta un po’ più energica da parte dei cristiani. Il vescovo R.J.Malone, forse, può ispirarci qualcosa.

Contro l'imbecillità collettiva  socio di  SamizdatOnLine

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Postato da: massimo70 a 15:06 | link | commenti (2)

10/11/2009

La parola proibita

Mi metto nei panni di chi non ha vissuto quel giorno. Cosa saprà? Perché c'era quel muro? Perché i tedeschi erano divisi? Tutti insieme appassionatamente a celebrare la caduta di questo terribile muro. Ma perché stava in piedi? Chi lo aveva eretto? I marziani?
Ricordo un pomeriggio, mi pare fosse proprio cinque anni fa. Ero in un piccolo paese del Valdarno, costruito perfettamente come un accampamento romano, con il cardo e il decumano che si intersecavano in una bellissima piazzetta cinque-seicentesca. Proprio come quando ero piccolo, nel corso principale vi erano le bacheche dove si potevano leggere le pagine più importanti dei giornali. Un paginone centrale era dedicato alla caduta del muro di Berlino. L'articolo era scritto da una classe di scuola superiore, all'interno di una iniziativa lanciata dalla Nazione di Firenze, qualcosa tipo "il quotidiano in classe". La classe aveva scritto un lungo pezzo dove si parlava del muro, di quanto fosse il terribile frutto di un più terribile imperialismo. E l'imperialismo qui, e la vittoria della libertà qua, etc. Ma non c'era quella parola: scomparsa, proibita.
Perché è morto ciò a cui si riferiva? E perché, se è morto il referente, si ha tanta paura a pronunciarla?

La riconciliazione vera nasce dalla verità e dalla verità storica. E il primo passo è chiamare le cose con il loro vero nome. Davvero quella cosa continua ad aggirarsi: e non solo per l'Europa (vedi l'America Latina). Ed  è davvero uno spettro: inafferabile, spaventoso e capace persino di impedire che lo si chiami con il suo nome, capace di partecipare persino alla celebrazione del proprio funerale, ridendo sotto i baffoni degli ingenui che vi sono convenuti, ignare vittime di domani.

"Vi sono alcuni i quali, di fronte all'iniquità del comunismo che mira a strappare la fede a quelli ai quali promette il benessere materiale, si mostrano pavidi ed incerti; ma questa Sede Apostolica, con documenti recenti, ha indicato con chiarezza la via da seguire, dalla quale nessuno dovrà allontanarsi se non vorrà mancare al proprio dovere"
.
(Pio XII, Menti Nostrae, 1950)

Contro l'imbecillità collettiva  socio di  SamizdatOnLine
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Postato da: massimo70 a 13:37 | link | commenti





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