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| ….. [NOVITA' in SOL] : PREPARATI, ANCORA POCHI GIORNI …. C'è chi crede che, con la morte di Augusto Pinochet e la prossima scomparsa di Fidel Castro, l'era dei dittatori sarà estinta in America Latina. È Una speranza folle. Quello che è in via di terminare è l'era dei dittatori nazionali, che preannunciano l'evento della dittatura continentale. Non stiamo vedendo la fine della tirannia latino-americana, bensì il suo upgrade. [Olavo de Carvalho] Zelaya è un uomo del Foro di Sao Paulo. Ha tentato di fare quello che Chavez ha fatto un Venezuela. Ossia, il suo mandato scadeva il prossimo anno e non poteva essere rieletto, secondo la Costituzione. Allora ha indetto il solito referendum popolare per cambiare la Costituzione e poter avere un altro mandato. La Corte Suprema dell'Honduras ha riconosciuto illegale questo referendum, così come tutte le altre Alte cariche dello Stato, come il Congresso e i vertici militari. Ma Zelaya - dietro cui c'è Chavez attenzione! - non ne ha voluto sapere e il referendum è stato indetto ugualmente. A quel punto, anche con la minaccia di Chavez di invadere militarmente l'Honduras, i militari honduregni sono intervenuti, come loro dovere. Infatti, dopo l'intervento della Corte Suprema il generale Romeo Vasquez Velasquez, Comandante supremo dell'esercito, ha negato l'appoggio dei militari al referendum. Per tutta risposta Zelaya lo ha destituito. Poiché la Suprema Corte ha riconosciuto come illegale tale destituzione, è stata dapprima attaccata da Zelaya, poi quest'ultimo ha dovuto confermare Velasquez di nuovo nel suo incarico. Solo che Zelaya ha insistito sul referendum e ha guidato una protesta contro la decisione della Suprema Corte e i militari. Alla fine i militari sono intervenuti per fermare Zelaya. Posso essere d'accordo con l'intervento dei militari. Non credo che tecnicamente sia un "golpe". E' Zelaya che, in piena osservanza alla strategia di presa di potere dei comunisti in AL (cfr. Chavez), stava cambiando la Costituzione per rinforzare la sua posizione e rimanere al potere: una volta preso non lo mollano facilmente. I militari hanno difeso la Costituzione, tra l'altro senza sparare un solo colpo. La "prova del nove" della bontà dell'intervento è la reazione scomposta e isterica di Chavez che, con la delicatezza e la grazia che contraddistingue il personaggio, ha chiamato gli honduregni "gorilla trogloditi" minacciandoli di una invasione militare. Beh, se c'è un gorilla trogolodita in America Latina si trova appunto a Caracas, lui che è arrivato al potere con due veri colpi di Stato, con una scia interminabile di morti, con ripetuti referendum per eternizzare il suo potere, più volte respinti fino a quando, con evidenti e certificati brogli, c'è riuscito, amico e finanziatore di Cuba, in perenni relazioni con Ahmadinejad e Russia, succube del Foro de Sao Paulo, finanziato dalle FARC etc. L'Honduras si è voluto risparmiare questa storia, intervenendo subito e con decisione, con i militari che hanno obbedito al mandato costituzionale di ristabilire l'ordine e salvare la libertà del paese, obbedendo quindi al potere civile, a differenza di Zelaya che prende ordini dal Foro. Dunque, a dispetto di quello che viene scritto sui giornali, l'intervento dei militari è stato perfettamente legale. Altra prova del nove della bontà di questa azione è la condanna unanime del "mondo libero", a cominciare da B. Hussein Obama: in altri tempi gli USA avrebbero dato tutto l'appoggio a chi si opponeva all'inflitrazione comunista in America Latina … C'é da augurarsi che l'Honduras resista alle pressioni "internazionali". Tempo fa avevo riportato una intervista a Alejandro Pena Esclusa che era sembrata forse un po' troppo ottimista sul fatto che il Foro stava dando segni di cedimento. I colpi militari inferti da Uribe alle FARC, la sempre più crescente consapevolezza di cosa sia il Foro, il caso Honduras e, bellissima notizia di queste ore, la perdita della maggioranza parlamentare della coppia Kirchner in Argentina, in effetti aprono a qualche speranza. Bisogna però vigilare, questa metastasi dell'intelligenza che è la mentalità rivoluzionaria - di cui il comunismo è una delle forme tumorali più aggressive - ha una capacità di trasformazione diabolica. Uso l'aggettivo nel senso vero del termine. [Contro l'imbecillità collettiva] socio di [SamizdatOnLine] Articoli sull'argomento: Non c'è stato "colpo di Stato" in Honduras di [Graça Salgueiro] Colpo di stato o risveglio della coscienza? - [Oggi siamo seri] Honduras, la verità nascosta - [Quid est veritas?] [(2)] Obama consegna a Chavez le chiavi dell'America Latina - [Il Legno Storto] No existe golpe de estado en Honduras - [Hazteoir] |

«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile.
Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo.
Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale».
Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro».
Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una appartenenza.
In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza.
Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».
Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano».
Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un`epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un`epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell`umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere». Juliàn Carròn - Il Sussidiario
Arcipelago Gulag in Romania:
ciò che nessuno aveva mai raccontato
La testimonianza è di pochi giorni fa. È stata letta in Vaticano da un prete greco-cattolico che è stato sedici anni nelle prigioni comuniste. Ai limiti dell´immaginabile
di Sandro Magister
***
ROMA - Due libri, due opposte fortune. Mercoledì 24 marzo, in un hotel romano di lusso, il portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls ha presentato alla stampa di tutto il mondo l´ultimo libro di papa Karol Wojtyla, il racconto autobiografico dei suoi anni di vescovo di Cracovia. Intitolato "Alzatevi, andiamo", edito da Mondadori, tradotto in numerose lingue, il libro ha il successo assicurato. Il suo semplice annuncio ha avuto un´enorme copertura mediatica.
Immeritatamente trascurata e clandestina, invece, si prospetta la vita di un altro libro presentato 24 ore prima, martedì 23 marzo, nella sala stampa vaticana.
Il volume ha per titolo: "Fede e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell´Europa del Novecento". Raccoglie gli atti di un convegno di storici tenuto in Vaticano nel 1998 sulle persecuzioni delle Chiese dell´est. È stato stampato nel 2003 dall´Editrice Vaticana. Ma nelle librerie è praticamente introvabile. Persino lo scaffale virtuale di Amazon.com lo ignora.
Eppure questo è un libro decisamente fuori dell´ordinario. E ancor più lo è stata la sua presentazione, anch´essa passata sotto immeritato silenzio.
Per capirlo, basta leggere il testo riprodotto qui sotto, letto dal suo autore proprio durante la presentazione del volume, in Vaticano. L´autore è un anziano sacerdote della Chiesa greco-cattolica di Romania che ha passato sedici anni nelle prigioni comuniste. Il racconto della sua prigionia è concretissimo e insieme spirituale. Un po´ Solgenitsin, un po´ atti dei martiri. Tra mistero d´iniquità spinto ai limiti dell´immaginabile e Grazia. Con la "Santa Provvidenza" che opera per le mani inconsapevoli degli aguzzini.
In tempi in cui il martirio è parola abusata, applicata anche agli "shahid" islamisti che si fanno esplodere per fare strage, questa è una testimonianza che aiuta a restituir verità. Assolutamente da non perdere.
da

"Ma è più grande il Cielo sopra di noi"
E' MORTA AD OCCHI APERTI
di fronte agli occhi chiusi del mondo
Neda è la ragazzina iraniana di sedici anni morta durante le manifestazioni contro i brogli elettorali. E' stata uccisa da un cecchino mentre, insieme a tanti altri iraniani, cercava la libertà e la giustizia. Non è retorica, è la verità. Ma per noi in Italia (e anche in Europa mi pare) è una verità lontana, che non ci coinvolge.
E mentre in Iran c'è un popolo che lotta per la propria libertà, qui in Italia ci vorrebbero far credere che il problema sono i dopo cena di Berlusconi.
Una preghiera per Neda ed il suo popolo.
Qui il video della sua morte
"Crisi della Democrazia" è il titolo di un recente documento (Aprile 2009) della Conferenza Episcopale Venezuelana.
Purtroppo le recenti notizie che continuano ad arrivare dal Venezuela, parlano di violenze, scontri, illegalità diffusa,
con un governo che procede in modo sistematico, all'instaurazione di un regime di tipo marxista.
La "libertas Ecclesiae" è in grave pericolo: ne hanno parlato i vescovi cattolici venezuelani nella recente visita "ad limina" al Papa Benedetto XVI.
Il Papa li ha incoraggiati "dentro le sfide che dovete affrontare nel vostro lavoro pastorale, che stanno diventando sempre più numerose e complesse", ad una "visibile unità" e alla formazione di un “laicato maturo” in grado di dare “testimonianza della sua fede e della gioia di sentirsi appartenente al Corpo di Cristo”.
Noi, come SOL, continueremo la nostra campagna di informazione, sulla situazione del Venezuela ed il sostegno alla richiesta di scarcerazione di Ivan Simonovis, prigioniero politico.
SamizdatOnLine
Principali riferimenti:
Benedetto XVI ai vescovi del Venezuela Giugno 2009
Intervista al primate della chiesa cattolica venezuelana in Vaticano Giugno 2009
Uccisione di un giovane dirigente politico del principale partito di opposizione Giugno 2009
Sintesi dell'intervento della conferenza episcopale venezuelana Aprile 2009
Vittoria della riforma di Hugo Chavez Febbraio 2009
Rapporto sulla violenza in Venezuela - Ettore Mo Corriere della Sera Agosto 2008
Altri articoli di riferimento:
Rapporto dell'Europa con l'America Latina - Il Sussidiario
Archivio di articoli da Cultura Cattolica sulla situazione in Venezuela
“Non nascondo un certo disagio per le parole di Casini in tema di apparentamenti al secondo turno elettorale. Credo che anche le situazioni particolari debbano essere viste in un’ottica generale e alla luce dei principi fondativi che ispirano l’azione di una forza politica. Non mi pare né sincera né profonda la giustificazione che scelte come le alleanze per i ballottaggi vengano lasciate alle responsabilità locali”, spiega il vescovo di San Marino (nella foto). “Nessuno che viva in queste zone può non rendersi conto dell’importante momento che una provincia come Rimini ha davanti a sé, e per i cattolici si tratta della possibilità di incidere in una realtà che da 60 anni vede una gestione monocratica del potere. E men che meno non possono non comprenderlo i dirigenti nazionali. Affrontare una scadenza come questa, che ha certamente uno spessore nazionale, nell’ottica dei piccoli accordi locali, che rispondono a logiche non certo di principio, mi sembra una cosa avvilente”, aggiunge mons. Negri. Che spiega di avere a cuore la scadenza elettorale della Provincia di Rimini, un territorio che “a breve si arricchirà degli abitanti dei comuni dell’Alta Valmarecchia, verso i quali è viva e forte la mia sollecitudine pastorale di vescovo. Seguo con interesse e partecipazione il fatto che la provincia di Rimini si arricchisca di uomini e donne che provengono dalla mia Diocesi e che portano con loro un complesso di valori e di problemi che attendono risposte, e che personalmente ho sempre indicato come motivazioni che rendevano ragionevole pensare ad un cambio di provincia”.In ricordo di un grande uomo
L'itinerario spirituale di Massimo Caprara ex segretario di Togliatti trasformato dal sacerdote di Desio
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L'INTERVISTA da Avvenire 01-03-2005
Don Gius, l’amico «dalla parte di Dio»
Di Marina Corradi
Ai funerali di Luigi Giussani, in Duomo, c'era anche un uomo sugli ottant'anni, visibilmente addolorato. Pochi, fra i tanti giovani nella cattedrale, hanno immaginato che quell'uomo coi capelli bianchi fosse l'ex segretario di Palmiro Togliatti. Massimo Caprara, classe 1922, figura di primo piano del Pci fino alla crisi e alla radiazione, nel '69. Fondatore del Manifesto e poi, di nuovo, «eretico». Oggi in «Riscoprirsi uomo» (Marietti), scritto con Roberto Fontolan, si dichiara credente. Il suo maestro, dice, è Luigi Giussani.
Eravate coetanei, ma non vi siete mai incontrati. Lei segretario di Togliatti, lui prete «integralista». Chi era per lei Giussani?
«Sono stato colpito nel vivo dalla perdita di don Giussani. Eravamo coetanei: gli anni dell'impegno pubblico hanno visto lui alla Cattolica e nei primi passi di Cl, e me, contemporaneamente, nel Partito comunista e alla Camera. Luoghi diversissimi, eppure impermeabili alla sua opera e al suo insegnamento. Fu all'inizio degli anni '70 che mi giunse il segnale del suo carisma. Ero stato, allora, da poco radiato dal Pci perché tra i fondatori del gruppo di opposizione interna del "Manifesto", quando cominciai a fare attenzione alle voci degli universitari, soprattutto di Milano. Parlavano con trasporto e con gioia di un prete che stava rinnovando la loro vita con la ragione e la fede in un Cristo inedito e presente, il cui mistero dava argomenti all'essere "dalla parte di Dio". Qualcuno mi raccontò, aumentando il mio allarme e il mio sconcerto, che egli era solito parlare anche di noi, dei comunisti, dicendo che erano come gli altri: "conservatori, non veri rivoluzionari: l'unica vera rivoluzione è quella di Cristo che per noi si è fatto uomo". Non era il modo comune in cui ci si rivolgeva a noi "rivoluzionari di professione", come dicevamo di essere, ma un modo nuovo e intrepido di "pensarlo e farlo". Mi intrigò questa "provocazione" avvincente, sicché volli saperne di più. Mi informai meglio e così crebbe la mia volontà di mettermi in discussione, non mutando già da allora le mie rigide e coriacee convinzioni, ma aprendo una finestra nel mondo, nel costrittivo mio modo di vivere, nell'inquietudine della vita e dei suoi drammi anche politici. Da quelle trascinanti parole sorse in me un desiderio di apertura e di liberazione che mi portò assai al di sopra e al di là del mio vissuto. Accettai quella che mi sembrava una sfida concreta e, nei molti anni della mia professione di giornalista e inviato in tutto il mondo, praticai il mio itinerario verso la fede. Quel piccolo prete fu il mio gigantesco suscitatore di fede gioiosa. Tutt'altro che integralista egli mi apparve, subito, ma un uomo che convincendo mostrava come essere persone fuori dagli schemi. Conobbi allora, e dal di fuori ammirai, i seguaci del Movimento, che a lui si riferivano nella scuola e nelle professioni, dando testimonianza di coraggio, comunione, amicizia: l'esatto contrario di ciò che avevo patito nell'esperienza comunista. Il mio itinerario con don Giussani l'ho vissuto come umanizzazione di Cristo attraverso il Vangelo».
Oggi lei definisce Togliatti un «non-uomo», doppio e antiumano come il suo Pci. Vent'anni accanto a un «non- uomo». Che significa allora «riscoprirsi uomo»?
«La memoria di Togliatti, scaltro organizzatore politico e culturale, è per me quella di un'esperienza disumana e del rifiuto di una trascendenza che completi la ragione post illuminista. Non banalmente ateo era Togliatti, ma negatore con i fatti della qualifica dell'uomo che è in ogni uomo. Quel titolo del libro è appunto la storia del mio riscatto da un passato da cui non mi assolvo, per riconquistare le mie qualità di uomo: che sono di ragione, di cuore, di libertà da guadagnare in una lotta incessante per la verità. Colui che mi ha ingaggiato, illuminato in questa lotta è stato Giussani. Giussani è per me l'amico. Mi ha sostenuto in questa lotta il suo senso della bellezza che si realizza in Cristo . Quando, da homo viator,ho incontrato Cristo nelle pagine del Vangelo, ho cominciato a essere uomo».
«Il comunismo è solitudine», lei scrive, "sono passato alla forma piena di grande coesione", all'amicizia. Com'è nata questa amicizia? E, infine, lei combattente di tante rivoluzioni, e più volte eretico, a 83 anni ha stabilito qual'è, di tante rivoluzioni, quella vera?
«La mia vita nel comunismo è stata collettivamente sola: stavo con molti altri, ma con nessuno con il cuore. L'amicizia, gli incontri sono avvenuti quando mi sono liberato dalla camicia di forza dell'ideologia e dei suoi ceppi e costrizioni. L'amicizia, poi, è un dono che ti raggiunge sorgendo dal tuo essere, promessa di bene, scelta di libertà. La individui con stupore e gioia, la realizzi con ammirazione per l'altro da te che non incarna un dualismo, ma una indissolubile, consapevole, unicità, un dipendere dall'altro che ti legge nel cuore e individua il cammino più giusto per essere sempre "rivoluzionari": cioè rinnovatori della propria esistenza. Non ho mai incontrato don Giussani di persona. L'ho vissuto e lo vivo quotidianamente, incessantemente come maestro e guida generosa per la mia fermezza e la comune identità cristiana». grazie alla Roccia Splendente