SGUARDI REALISTICI AL MONDO



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(15/16 febbraio)



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02/07/2009

HONDURAS: SICURI SI TRATTI DI UN COLPO DI STATO ?



…..  [NOVITA' in SOL] : PREPARATI, ANCORA POCHI GIORNI ….

C'è chi crede che, con la morte di Augusto Pinochet e la prossima scomparsa di Fidel Castro, l'era dei dittatori sarà estinta in America Latina. È Una speranza folle. Quello che è in via di terminare è l'era dei dittatori nazionali, che preannunciano l'evento della dittatura continentale. Non stiamo vedendo la fine della tirannia latino-americana, bensì il suo upgrade.  [Olavo de Carvalho]

Zelaya è un uomo del Foro di Sao Paulo. Ha tentato di fare quello che Chavez ha fatto un Venezuela. Ossia, il suo mandato scadeva il prossimo anno e non poteva essere rieletto, secondo la Costituzione. Allora ha indetto il solito referendum popolare per cambiare la Costituzione e poter avere un altro mandato. La Corte Suprema dell'Honduras ha riconosciuto illegale questo referendum, così come tutte le altre Alte cariche dello Stato, come il Congresso e i vertici militari. Ma Zelaya - dietro cui c'è Chavez attenzione! - non ne ha voluto sapere e il referendum è stato indetto ugualmente. A quel punto, anche con la minaccia di Chavez di invadere militarmente l'Honduras, i militari honduregni sono intervenuti, come loro dovere. Infatti, dopo l'intervento della Corte Suprema il generale Romeo Vasquez Velasquez, Comandante supremo dell'esercito, ha negato l'appoggio dei militari al referendum. Per tutta risposta Zelaya lo ha destituito.
Poiché la Suprema Corte ha riconosciuto come illegale tale destituzione, è stata dapprima attaccata da Zelaya, poi quest'ultimo ha dovuto confermare Velasquez di nuovo nel suo incarico. Solo che Zelaya ha insistito sul referendum e ha guidato una protesta contro la decisione della Suprema Corte e i militari. Alla fine i militari sono intervenuti per fermare Zelaya.

Posso essere d'accordo con l'intervento dei militari. Non credo che tecnicamente sia un "golpe". E' Zelaya che, in piena osservanza alla strategia di presa di potere dei comunisti in AL (cfr. Chavez), stava cambiando la Costituzione per rinforzare la sua posizione e rimanere al potere: una volta preso non lo mollano facilmente. I militari hanno difeso la Costituzione, tra l'altro senza sparare un solo colpo.
La "prova del nove" della bontà dell'intervento è la reazione scomposta e isterica di Chavez che, con la delicatezza e la grazia che contraddistingue il personaggio, ha chiamato gli honduregni "gorilla trogloditi" minacciandoli di una invasione militare.
Beh, se c'è un gorilla trogolodita in America Latina si trova appunto a Caracas, lui che è arrivato al potere con due veri colpi di Stato, con una scia interminabile di morti, con ripetuti referendum per eternizzare il suo potere, più volte respinti fino a quando, con evidenti e certificati brogli, c'è riuscito, amico e finanziatore di Cuba, in perenni relazioni con Ahmadinejad e Russia, succube del Foro de Sao Paulo, finanziato dalle FARC etc. L'Honduras si è voluto risparmiare questa storia, intervenendo subito e con decisione, con i militari che hanno obbedito al mandato costituzionale di ristabilire l'ordine e salvare la libertà del paese, obbedendo quindi al potere civile, a differenza di Zelaya che prende ordini dal Foro. Dunque, a dispetto di quello che viene scritto sui giornali, l'intervento dei militari è stato perfettamente legale.
Altra prova del nove della bontà di questa azione è la condanna unanime del "mondo libero", a cominciare da B. Hussein Obama: in altri tempi gli USA avrebbero dato tutto l'appoggio a chi si opponeva all'inflitrazione comunista in America Latina … C'é da augurarsi che l'Honduras resista alle pressioni "internazionali".

Tempo fa avevo riportato una intervista a Alejandro Pena Esclusa che era sembrata forse un po' troppo ottimista sul fatto che il Foro stava dando segni di cedimento. I colpi militari inferti da Uribe alle FARC, la sempre più crescente consapevolezza di cosa sia il Foro, il caso Honduras e, bellissima notizia di queste ore, la perdita della maggioranza parlamentare della coppia Kirchner in Argentina, in effetti aprono a qualche speranza. Bisogna però vigilare, questa metastasi dell'intelligenza che è la mentalità rivoluzionaria - di cui il comunismo è una delle forme tumorali più aggressive - ha una capacità di trasformazione diabolica. Uso l'aggettivo nel senso vero del termine.

 [Contro l'imbecillità collettiva] socio di  [SamizdatOnLine]

Articoli sull'argomento:
Non c'è stato "colpo di Stato" in Honduras di  [Graça Salgueiro]
Colpo di stato o risveglio della coscienza? -  [Oggi siamo seri]
Honduras, la verità nascosta -  [Quid est veritas?]  [(2)]
Obama consegna a Chavez le chiavi dell'America Latina -  [Il Legno Storto]
No existe golpe de estado en Honduras -  [Hazteoir]

Postato da: massimo70 a 10:45 | link | commenti

01/07/2009

Don Giussani contro il "gulag" della modernità


«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile.

Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo.

Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale».

Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro».

Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una appartenenza.

In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza.

Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».

Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano».

Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un`epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un`epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell`umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere». Juliàn Carròn - Il Sussidiario


Julián Carrón - Il Sussidiario
(Pubblicato su Avvenire 1 luglio 2009

Postato da: massimo70 a 16:04 | link | commenti

29/06/2009

Arcipelago Gulag in Romania:

ciò che nessuno aveva mai raccontato

La testimonianza è di pochi giorni fa. È stata letta in Vaticano da un prete greco-cattolico che è stato sedici anni nelle prigioni comuniste. Ai limiti dell´immaginabile

di Sandro Magister                                    

***




 


ROMA - Due libri, due opposte fortune. Mercoledì 24 marzo, in un hotel romano di lusso, il portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls ha presentato alla stampa di tutto il mondo l´ultimo libro di papa Karol Wojtyla, il racconto autobiografico dei suoi anni di vescovo di Cracovia. Intitolato "Alzatevi, andiamo", edito da Mondadori, tradotto in numerose lingue, il libro ha il successo assicurato. Il suo semplice annuncio ha avuto un´enorme copertura mediatica.

Immeritatamente trascurata e clandestina, invece, si prospetta la vita di un altro libro presentato 24 ore prima, martedì 23 marzo, nella sala stampa vaticana.

Il volume ha per titolo: "Fede e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell´Europa del Novecento". Raccoglie gli atti di un convegno di storici tenuto in Vaticano nel 1998 sulle persecuzioni delle Chiese dell´est. È stato stampato nel 2003 dall´Editrice Vaticana. Ma nelle librerie è praticamente introvabile. Persino lo scaffale virtuale di Amazon.com lo ignora.

Eppure questo è un libro decisamente fuori dell´ordinario. E ancor più lo è stata la sua presentazione, anch´essa passata sotto immeritato silenzio.

Per capirlo, basta leggere il testo riprodotto qui sotto, letto dal suo autore proprio durante la presentazione del volume, in Vaticano. L´autore è un anziano sacerdote della Chiesa greco-cattolica di Romania che ha passato sedici anni nelle prigioni comuniste. Il racconto della sua prigionia è concretissimo e insieme spirituale. Un po´ Solgenitsin, un po´ atti dei martiri. Tra mistero d´iniquità spinto ai limiti dell´immaginabile e Grazia. Con la "Santa Provvidenza" che opera per le mani inconsapevoli degli aguzzini.

In tempi in cui il martirio è parola abusata, applicata anche agli "shahid" islamisti che si fanno esplodere per fare strage, questa è una testimonianza che aiuta a restituir verità. Assolutamente da non perdere.


da: http://chiesa.espresso.repubblica.it/

 

 

 

 

"Ma è più grande il Cielo sopra di noi"

di Tertulian Ioan Langa



Il mio nome è Tertulian Langa e della mia vita sono ben 82 gli anni che non ho più. Di questi, 16 regalati alle prigioni comuniste.

A 24 anni, nel 1946, ero un giovane assistente alla facoltà di filosofia dell´università di Bucarest. Le truppe russe avevano occupato quasi un terzo della Romania e mi fu intimato, come membro del corpo insegnante, di iscrivermi d´urgenza al sindacato manipolato dal partito comunista, imposto al potere dai blindati sovietici.

Già allora ero pienamente attestato sul fermo atteggiamento magisteriale che la Chiesa cattolica aveva adottato contro il comunismo, dichiarato male intrinseco. Quindi non c´era posto nella mia coscienza per un compromesso. Rinunciai alla carriera universitaria e mi ritirai in campagna come operaio agricolo; ma non fu sufficiente, poiché ero conosciuto, già alla facoltà, come militante cattolico e anticomunista. Velocemente fu improvvisato a mio carico un dossier accusatorio; e visto che le accuse si fondavano su fatti che il codice penale dell´epoca ancora non incriminava (rapporti con i vescovi, con la nunziatura, apostolato laico), il mio dossier fu assimilato a quello dei grandi industriali. Dopo gli interrogatori accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiarò con perfetta logica comunista: "Nel dossier dell´accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui". Obiettai: "Ma non è possibile che mi condanniate senza avere nessuna prova!". E lui: "Non è possibile? Guarda come è possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la giustizia del popolo". E questa fu la sentenza.

Ciò avveniva quando la Chiesa greco-cattolica di Romania ancora non era stata messa fuori legge. Si dava per scontato che il mio arresto e le torture sarebbero riuscite a trasformarmi in uno strumento a favore della futura incriminazione di vescovi e preti della Chiesa greco-cattolica e della nunziatura.

Degli interrogatori e della mia prigionia nei campi di sterminio comunisti riferisco soltanto alcuni momenti.

Sono stato arrestato a Blaj, nell´ufficio del vescovo Ioan Suciu, allora amministratore apostolico della metropolia greco-cattolica di Romania e futuro martire. Mi ero presentato a lui, al capo della nostra Chiesa, per chiedere lumi alla Santa Provvidenza, poiché il mio padre spirituale, monsignor Vladimir Ghika, altro futuro martire, era all´epoca nascosto. Mi era stata offerta da qualcuno la possibilità di partire per l´estero. Trattandosi di un passo importante, non volevo compierlo senza confrontarlo con la volontà di Dio. E la risposta arrivò: il mio arresto. Capivo che avrei passato la mia vita nelle prigioni create dal regime comunista, ma ero sereno: seguivo il percorso della Santa Provvidenza
.


LA VERGA DI FERRO



Ricordo il giovedì santo dell´anno 1948.
Da due settimane, ogni giorno, mi percuotevano con un ferro sulla pianta dei piedi, attraverso gli scarponi: dei fulmini mi percorrevano la spina dorsale e mi esplodevano nel cervello, senza però che mi fosse rivolta alcuna domanda. Mi preparavano col ferro per farmi arrivare più morbido all´interrogatorio. Legato mani e piedi e appeso con la testa in giù, i miei carcerieri mi infilavano in bocca un calzino, già lungamente passato negli scarponi e nella bocca di altri beneficiari dell´umanesimo socialista. Il calzino era diventato lo strumento antirumore grazie al quale si impediva al suono di oltrepassare il luogo dell´interrogatorio. D´altra parte, era praticamente impossibile emettere un solo gemito. Per di più, mi ero autobloccato psicologicamente: non ero più capace di gridare o di muovermi. I miei torturatori interpretavano questo atteggiamento come fanatismo da parte mia. E continuavano sempre più accaniti, alternandosi nel torturarmi. Notte dopo notte, giorno dopo giorno. Non mi domandavano nulla, poiché non era la risposta ciò che li interessava, ma l´annientamento della persona, fatto che tardava ad avverarsi. E come si prolungava lo sforzo di annientare la mia volontà, di ottenebrare il mio pensiero, si prolungava indefinitamente la tortura. Gli scarponi maciullati mi caddero dai piedi, pezzo dopo pezzo.

In quella notte del giovedì santo, in una chiesa vicina, si celebrava l´ufficio liturgico, accompagnato come da un pianto di campane spaventate. Trasalii. Gesù avrà sentito il mio grido soffocato, quando, non so come, urlai da quell´inferno: "Gesù! Gesù!". Fuoruscito attraverso il calzino, il mio grido non fu compreso dagli aguzzini. Trattandosi del primo suono che udivano da me, si dichiararono contenti, sicuri d´avermi piegato. Mi trascinarono con la coperta fino alla cella, dove svenni. Al mio risveglio, davanti a me stava l´inquisitore, con in mano una risma di carta: "Ti sei ostinato, bandito, ma non uscirai di qui finché non avrai tirato fuori tutto ciò che tieni nascosto dentro. Hai 500 fogli. Scrivi tutto ciò che hai vissuto: tutto su tua madre, su tuo padre, sulle sorelle, i fratelli, i cognati, i parenti, i compagni, i conoscenti, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiosi, i politici, i professori, i vicini e i banditi come te. Non ti fermare finché non avrai finito la carta". Ma non scrissi nulla. Non per chissà quale fanatismo, ma perché non ne avevo la forza: anche la mente mi sembrava svuotata.


LA LUPA



Dopo quattro giorni, lo stesso individuo: "Hai finito di scrivere?". Vedendo che i fogli non erano stati toccati, disse: "Se così stanno le cose, spogliati! Ti voglio vedere come Adamo nel paradiso". Passarono così altri giorni, vissuti a pelle nuda sul pavimento: conforto tipico del socialismo umano. Un altro individuo mi si presentò dopo un po´ di tempo davanti alla porta: "Vediamo, cosa c´è allora sulla carta? Nulla? Sempre ostinato! Guarda che abbiamo anche altri metodi". Dopo di che uscì. Ritornò accompagnato da un cane lupo enorme, con le zanne minacciose, in vista. "La vedi? È Diana, la cagna eroina, alla quale hanno sparato i tuoi banditi sulle montagne. Ti insegnerà lei cosa devi fare.
Comincia a correre!". E io: "Come a correre? In una stanza di soli tre metri?". Nella stanza c´era anche una lampadina di 300 watt, troppo per una stanza di soli tre metri per due, fissata non in alto ma sul muro, a livello del viso. "Corri!". La lupa, ringhiando, stava pronta ad attaccare. Corsi per sei, sette ore, ma di ciò mi resi conto soltanto verso l´alba, vedendo la luce farsi strada nella cella e sentendo movimenti nell´edificio. Ogni tanto quel tale faceva uscire la lupa per i bisogni. A me non era concesso. Quando cominciai a perdere l´equilibrio e accennavo a fermarmi, la lupa vigilante, come a un comando, mi ficcava le sue zanne nella spalla, nella nuca e nel braccio.

Ho corso sotto i suoi occhi e le sue zanne per 39 ore senza interruzione. Alla fine crollai e la lupa si lanciò su di me. Mi azzannò al collo, senza però strozzarmi. Sulla fronte e sugli occhi sentii scorrere qualcosa di caldo e bruciante, capii che la bestia mi orinava sul viso. Ed è dalle
parole dei miei carnefici che seppi d´aver corso per 39 ore
. "Questo lo possiamo mandare alla maratona di Rio! Che resistenza, la bestia fascista!". Ma vedendo che nemmeno la maratona era riuscita a convincermi a rilasciare una dichiarazione sui vescovi e la nunziatura, o su qualche compagno ricercato, ritennero utile passare a un altro metodo di convincimento: il sacchetto di sabbia.


IL SACCHETTO DI SABBIA



Il giorno dopo, in un ufficio, mi legarono mani e piedi a una sedia, davanti a un tavolo con un sacchetto sopra. Dietro di me c´era un aguzzino impalato e muto. A una scrivania, nell´angolo, un individuo calvo con una barbetta da caprone, che voleva rassomigliare a Lenin. Muto anche lui, fece un segno muovendo la testa. Il mio boia capì il comando.
Impugnò il sacchetto e me lo picchiò in testa con ritmo, accompagnando ogni colpo con la parola: "Parla!". Decine di volte, centinaia di volte, non so, magari migliaia: "Parla!". Ma nessuno mi chiedeva alcunché. Soltanto una voce cavernosa, monotona, mi ficcava nel cervello l´idea imperativa di dire, di rispondere a ogni domanda sottoposta alla mia coscienza dall´organo inquisitore. Non mi fu difficile decifrare la satanica idea di voler sottomettere la mia volontà. Dopo circa venti colpi, cominciai ad applicare il principio morale "age contra", fa il contrario, dicendo tra me ad ogni colpo: "Non parlo!". Decine di volte, centinaia di volte. Con l´autosuggestione avevo impiantato in me lo stereotipo "Non parlo!", col rischio di diventare io stesso schiavo di quell´unico modo di esprimermi. In effetti fu così: da allora in poi, automaticamente, a ogni domanda che mi veniva rivolta, non importa su quale argomento, io rispondevo: "Non parlo!". Mi ci volle un anno intero di sforzi mentali per liberarmi da questo sinistro riflesso automatico.


VENTOTTO CENTIMETRI



Come soggetto privo di valore e interesse negli interrogatori
, fui trasferito nella prigione sotterranea della zona paludosa di Jilava, a 8 metri sotto terra, che era stata costruita un tempo a difesa della capitale, ma era allora completamente inutilizzabile a causa delle forti infiltrazioni d´acqua. Nulla e nessuno vi resisteva tranne l´uomo, il più alto tesoro del materialismo storico. Nelle celle di Jilava, i poveri uomini facevano l´esperienza delle sardine: però non nell´olio, ma nel succo proprio, fatto di sudori, di orine e di acque di infiltrazione, che scorrevano senza sosta sui muri. Lo spazio era sfruttato nel modo più scientifico: due metri di lunghezza e ventotto centimetri di larghezza per ciascuna persona stesa a terra, sul fianco. Alcuni, i più anziani, stavano stesi su tavole di legno, senza lenzuola o coperte. A contatto col legno erano l´osso omerale e la parte esterna del ginocchio e della caviglia. Stavamo sulla punta delle ossa, per occupare uno spazio minimo. La mano non poteva appoggiarsi che sull´anca o sulla spalla del vicino. Non resistevamo così più di mezz´ora; poi tutti, al comando, poiché non era possibile separatamente e uno dopo l´altro, ci voltavamo sull´altro fianco. La catasta di corpi stipati, così disposti, aveva due livelli, come in un letto a castello. Ma al di sotto di questi c´era un terzo livello, dove i detenuti giacevano direttamente sul cemento. Sul cemento i vapori di condensa del respiro dei settanta uomini, assieme alle acque di infiltrazione e all´orina che fuorusciva dalle latrine, formavano una miscela viscosa in cui nuotavano i malcapitati. Al centro della cella-tomba di Jilava troneggiava un recipiente metallico, di circa settanta-ottanta litri, per l´orina e le feci di settanta uomini. Non aveva coperchio e l´odore e il liquido traboccavano abbondantemente. Per raggiungerlo, dovevi passare per il "filtro", vale a dire per un controllo severo applicato a pelle nuda, controllo nel quale veniva sottoposto ad esame l´intero organismo e ogni suo orifizio.


IL "FILTRO"



Con una bacchetta di legno ci raspavano in bocca, sotto la lingua e le gengive, nel caso in cui noi banditi avessimo lì nascosto qualcosa. La stessa bacchetta ci perforava le narici, le orecchie, l´ano, sotto i testicoli, rimanendo sempre la stessa, rigorosamente la stessa per tutti, come segno d´egualitarismo. Le finestre di Jilava non erano fatte per dare luce, ma per ostacolarla, poiché tutte erano accuratamente chiuse da tavole di legno inchiodate.
La mancanza d´aria era tale che per respirare, tre per volta, ci avvicendavamo a turni, pancia in giù, con la bocca accanto allo spiraglio della porta, posizione in cui contavamo sessanta respiri, affinché poi anche altri compagni potessero riprendersi dallo svenimento e dalla carenza d´ossigeno.
Contribuivamo così, a nostro modo, all´edificazione del più umano sistema del mondo. Sapevano queste cose Churchill e Roosevelt, quando, con un colpo di penna, sul tavolo della vergogna di Teheran, stabilirono che noi rumeni dovessimo finire macinati dalle fauci del Moloch orientale rosso e facessimo da cordone di sicurezza per la loro comodità? E la Santa Sede poteva forse immaginare qualcosa?


NUDI NEL GELO



Da Jilava, dopo lunghi anni di profanazioni umane, fummo trasferiti, catene ai piedi, al carcere di massimo isolamento, chiamato Zarka, padiglione del terrore della prigione di Aiud. L´accoglienza si svolse secondo lo stesso rituale sinistro, diabolico, di profanazione dell´uomo creato dall´amore di Dio. La stessa raspatura, gli stessi stivali tremendi che ci si ficcavano nelle costole, nella pancia e nei reni. Nonostante ciò, notammo una differenza: non eravamo più sottoposti al regime di conserva in orine, sudori, condensa e carenza d´ossigeno, ma
fummo sottoposti a una intensa cura di ossigenazione a pelle nuda e nel gelo, bandito dopo bandito (da intendere ministri, generali, professori universitari, scienziati, poeti) compreso me, che non ero nulla tranne che un "Non parlo!" gigante, una ferma e umile fiducia nella Grazia che mi avrebbe fatto superare la prova.

Tutti dovevamo sparire, come nemici del popolo. Altrimenti, come avrebbe potuto farsi avanti il tanto proclamato "Uomo nuovo sovietico"? La cella in cui ero stato introdotto non conteneva nulla: né letto, né coperta, né lenzuolo, né cuscino, né tavolo, né sedia, né stuoia e nemmeno finestre. Soltanto sbarre di acciaio e io, come tutti gli altri, da solo nella cella: mi meravigliavo di me stesso, vestito con la sola pelle e coperto dal freddo.

Era la fine di novembre. Il freddo si faceva sempre più penetrante, come uno scomodo compagno di cella. Dopo circa tre giorni, dalla porta violentemente sbattuta mi furono gettati dei pantaloni logori, una camicia con maniche corte, mutande, una divisa a strisce e un paio di scarponi consumati, senza lacci, senza calzini. Nulla da mettere in testa. E in più una specie di latrina, un misero recipiente di circa quattro litri. Mi vestii come un razzo. Congelati, il quarto giorno ci contarono. Al posto del nome mi diedero un numero: K-1700, l´anno in cui la Chiesa della Transilvania si riunì con Roma. All´anagrafe, ero già ucciso. Sopravvivevo solo come numero statistico. Arrivò poi il brodo, servito con un mestolo da 125 grammi: un fluido allungato prodotto dalla bollitura di farina di mais. Come pranzo ci fu distribuita una minestra di fagioli, nella quale potei contare all´incirca otto, nove chicchi, con parecchie bucce vuote, senza contenuto. Per la cena, ci portarono del te con una crosta di pane bruciato. Dopo una settimana, i fagioli furono sostituiti da un passato di crusche, nel quale contai quattordici chicchi. Di tanto in tanto, i fagioli si alternavano con il passato di crusche. Vivevamo con meno di quanto si dà a una gallina.


CAMMINARE O MORIRE


Per sopravvivere al freddo, eravamo costretti a muoverci continuamente, a far ginnastica. Nel momento in cui cadevamo stremati dalla stanchezza e dalla fame, precipitavamo nel sonno; un sonno brevissimo, giacché il freddo era tagliente. Da un tale sonno mi svegliò un giorno una voce proveniente dall´altra parte del muro: "Qui professor Tomescu. Chi sei ?". Era un ex ministro della sanità che, udito il mio nome, così proseguì: "Ho sentito parlare di te.
Ascoltami attentamente: siamo stati portati qui per essere sterminati. Non collaboreremo mai con loro. Ma chi non cammina muore, e quindi diventa un collaboratore. Trasmettilo agli altri: chi si ferma, muore. Camminare senza sosta!". Il padiglione, immerso nel silenzio lugubre della morte, risuonava sotto i nostri scarponi senza lacci. Eravamo animati dalla misteriosa volontà di un popolo di rimanere nella storia e dalla vocazione della Chiesa di restare viva. Ci fermavamo dal camminare solamente intorno alle 12,30, per una mezz´ora, quando il sole si fermava avaro per noi nell´angolo della stanza. Là, rannicchiato col sole sul viso, rubavo un fiocco di sonno e un raggio di speranza. Quando il sole mi abbandonava anche lui, sentivo però di non essere abbandonato dalla Grazia. Sapevo di dover sopravvivere. Camminavo, dicendomi come in un ritornello, sillabando: "Non voglio morire! Non voglio morire!". E non sono morto! A ogni passo cadenzavo nella mente una preghiera, componevo litanie, recitavo versetti di salmi.
Continuammo a camminare così, per non inciampare nella morte, diciassette settimane. Chi non aveva più la forza o la volontà di muoversi, moriva. Degli 80 uomini entrati nella Zarka, appena 30 sopravvissero
. La sbarre di ferro, piano piano, si rivestivano di brina, formatasi dagli aliti di vita del nostro respiro, brillante abito di passaggio verso il cielo.


MA TUTTO È GRAZIA



Credetti fortemente, più volte, che sarei arrivato fino ai margini della notte. Ma avevo ancora una lunga strada da percorrere. Arrivato poi, anni dopo, in ciò che immaginavo dovesse essere la libertà, costatai che non era in realtà che un nuovo modo di essere della notte, che il gelo tra la Chiesa greco-cattolica e la gerarchia della Chiesa sorella ortodossa non si lasciava sciogliere ancora; che le nostre chiese continuavano ad essere confiscate, e il gregge diminuiva sempre di più, ucciso dalle promesse. Ma anche Cristo Signore ha vinto soltanto quando ha potuto pronunciare con l´ultimo respiro: "Consummatum est", tutto è compiuto.

Non ho scritto molto di queste mie drammatiche esperienze. Chi può credere a ciò che sembra incredibile? Chi può credere che le leggi fisiche possono essere superate dalla volontà?
E se dovessi raccontare i miracoli che ho vissuto? Non sarebbero considerati delle fantasmagorie? Sopporterei più difficilmente questa incredulità che non altri anni di prigione. Ma nemmeno Gesù è stato creduto da tutti coloro che l´hanno visto: "Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui" (Gv 6,66).

Nulla avviene per caso nella vita. Ogni attimo che il Signore ci concede è gravido della Grazia - impazienza benevola di Dio - e della nostra volontà di rispondergli o di rifiutarlo. Spetta a ciascuno di noi non ridurre tutto a un semplice racconto duro, feroce, incredibile, e capire invece che la Grazia accolta non frena l´uomo, ma lo porta oltre le sue aspettative e forze. Questa testimonianza spero di cuore che apra una finestra di Cielo. Perché è più grande il Cielo sopra di noi che non la terra sotto i nostri piedi.

Postato da: massimo70 a 23:05 | link | commenti

24/06/2009

E' MORTA AD OCCHI APERTI
di fronte agli occhi chiusi del mondo

Neda è la ragazzina iraniana di sedici anni morta durante le manifestazioni contro i brogli elettorali. E' stata uccisa da un cecchino mentre, insieme a tanti altri iraniani, cercava la libertà e la giustizia. Non è retorica, è la verità. Ma per noi in Italia (e anche in Europa mi pare) è una verità lontana, che non ci coinvolge.

E mentre in Iran c'è un popolo che lotta per la propria libertà, qui in Italia ci vorrebbero far credere che il problema sono i dopo cena di Berlusconi.

Una preghiera per Neda ed il suo popolo.
 
Qui il video della sua morte

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23/06/2009

Il nuovo editoriale di SOL

Venezuela, crisi della democrazia

"Crisi della Democrazia" è il titolo di un recente documento (Aprile 2009) della Conferenza Episcopale Venezuelana.
Purtroppo le recenti notizie che continuano ad arrivare dal Venezuela, parlano di violenze, scontri, illegalità diffusa,
con un governo che procede in modo sistematico, all'instaurazione di un regime di tipo marxista.
La "libertas Ecclesiae" è in grave pericolo: ne hanno parlato i vescovi cattolici venezuelani nella recente visita "ad limina" al Papa Benedetto XVI.
Il Papa li ha incoraggiati "dentro le sfide che dovete affrontare nel vostro lavoro pastorale, che stanno diventando sempre più numerose e complesse
", ad una "visibile unità" e alla formazione di un “laicato maturo” in grado di dare “testimonianza della sua fede e della gioia di sentirsi appartenente al Corpo di Cristo”.

Noi, come SOL, continueremo la nostra campagna di informazione, sulla situazione del Venezuela ed il sostegno alla richiesta di scarcerazione di Ivan Simonovis, prigioniero politico.
SamizdatOnLine

Principali riferimenti:
Benedetto XVI ai vescovi del Venezuela Giugno 2009
Intervista al primate della chiesa cattolica venezuelana in Vaticano Giugno 2009
Uccisione di un giovane dirigente politico del principale partito di opposizione Giugno 2009
Sintesi dell'intervento della conferenza episcopale venezuelana Aprile 2009
Vittoria della riforma di Hugo Chavez Febbraio 2009
Rapporto sulla violenza in Venezuela - Ettore Mo  Corriere della Sera Agosto 2008

Altri articoli di riferimento:
Rapporto dell'Europa con l'America Latina -
Il Sussidiario
Archivio di articoli da Cultura Cattolica sulla situazione in Venezuela

Postato da: massimo70 a 12:36 | link | commenti

18/06/2009

Mons. Negri boccia l’accordo dell’UDC con la sinistra

È un’alleanza immorale

Mons. Negri boccia l’accordo dell’UDC con la sinistra

di Claudio Monti,
da “La Voce di Romagna” (16/06/09)


Gli apparentamenti dell’UDC col centrosinistra il quotidiano della CEI Avvenire li definisce “eclatanti”. Fra quelli “destinati a lasciare il segno oltre i livelli locali”, dopo il comune di Bari e la provincia di Torino, il quotidiano cattolico ha citato “la provincia di Rieti e quella di Rimini”. In Vaticano e nella Conferenza Episcopale Italiana non è passata inosservata la decisione dello scudo crociato di andare in soccorso delle alleanze a guida PD in alcune città dove si gioca una partita storica per cambiare equilibri ed egemonie che fanno capo alla sinistra. Il ribaltone “pro Vitali” targato Casini-Errani non è passato inosservato nemmeno nel mondo cattolico riminese e nella vicina Repubblica di San Marino, dove Casini e alcuni dei suoi uomini più rappresentativi a livello nazionale hanno frequentazioni assidue e amichevoli. Due soprattutto – Rocco Buttiglione, presidente dell’UDC, e l’onorevole Luca Volonté – hanno parecchie amicizie in zona, dal Meeting alla Fondazione Giovanni Paolo II per il magistero sociale della Chiesa, e in particolare con mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro.

“Non nascondo un certo disagio per le parole di Casini in tema di apparentamenti al secondo turno elettorale. Credo che anche le situazioni particolari debbano essere viste in un’ottica generale e alla luce dei principi fondativi che ispirano l’azione di una forza politica. Non mi pare né sincera né profonda la giustificazione che scelte come le alleanze per i ballottaggi vengano lasciate alle responsabilità locali”, spiega il vescovo di San Marino (nella foto). “Nessuno che viva in queste zone può non rendersi conto dell’importante momento che una provincia come Rimini ha davanti a sé, e per i cattolici si tratta della possibilità di incidere in una realtà che da 60 anni vede una gestione monocratica del potere. E men che meno non possono non comprenderlo i dirigenti nazionali. Affrontare una scadenza come questa, che ha certamente uno spessore nazionale, nell’ottica dei piccoli accordi locali, che rispondono a logiche non certo di principio, mi sembra una cosa avvilente”, aggiunge mons. Negri. Che spiega di avere a cuore la scadenza elettorale della Provincia di Rimini, un territorio che “a breve si arricchirà degli abitanti dei comuni dell’Alta Valmarecchia, verso i quali è viva e forte la mia sollecitudine pastorale di vescovo. Seguo con interesse e partecipazione il fatto che la provincia di Rimini si arricchisca di uomini e donne che provengono dalla mia Diocesi e che portano con loro un complesso di valori e di problemi che attendono risposte, e che personalmente ho sempre indicato come motivazioni che rendevano ragionevole pensare ad un cambio di provincia”.

Mons. Negri ricorda quanto ha scritto a fine maggio nel messaggio in occasione delle elezioni amministrative e di quelle europee: “I problemi reali devono essere illuminati dai principi, non i principi essere di fatto estromessi dal ‘piccolo cabotaggio’ istituzionale ed amministrativo”. Negri aveva pure detto senza mezzi termini che “debbono essere privilegiate formazioni socio-politiche e singoli candidati che garantiscano una fedeltà viva ed operativa ai principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa”. Ora il vescovo di San Marino aggiunge: “L’UDC ha lodevolmente impostato la sua campagna elettorale per le elezioni europee sui grandi principi che riguardano la persona, la famiglia, il diritto all’educazione e la difesa della vita, portando il dibattito politico a un livello superiore a quello di altri partiti. Mi chiedo come l’UDC potrà, alla luce di questi principi, condividere tutti i giorni le amministrazioni locali con chi manifesta una concezione della vita radicalmente diversa. Il vescovo non può non ricordare a tutti che una gestione senza principi è una gestione immorale”.

Grazie Mdeledda!

Postato da: massimo70 a 15:07 | link | commenti

16/06/2009

In ricordo di un grande uomo

L'itinerario spirituale di Massimo Caprara ex segretario di Togliatti trasformato dal sacerdote di Desio

 ***

        L'INTERVISTA     da Avvenire 01-03-2005
Don Gius, l’amico «dalla parte di Dio»

Di Marina Corradi

Ai funerali di Luigi Giussani, in Duomo, c'era anche un uomo sugli ottant'anni, visibilmente addolorato. Pochi, fra i tanti giovani nella cattedrale, hanno immaginato che
quell'uomo coi capelli bianchi fosse l'ex segretario di Palmiro Togliatti. Massimo Caprara, classe 1922, figura di primo piano del Pci fino alla crisi e alla radiazione, nel '69. Fondatore del Manifesto e poi, di nuovo, «eretico». Oggi in «Riscoprirsi uomo» (Marietti), scritto con Roberto Fontolan, si dichiara credente. Il suo maestro, dice, è Luigi Giussani.
Eravate coetanei, ma non vi siete mai incontrati. Lei segretario di Togliatti, lui prete «integralista». Chi era per lei Giussani?
«Sono stato colpito nel vivo dalla perdita di don Giussani. Eravamo coetanei: gli anni dell'impegno pubblico hanno visto lui alla Cattolica e nei primi passi di Cl, e me, contemporaneamente, nel Partito comunista e alla Camera. Luoghi diversissimi, eppure impermeabili alla sua opera e al suo insegnamento. Fu all'inizio degli anni '70 che mi giunse il segnale del suo carisma. Ero stato, allora, da poco radiato dal Pci perché tra i fondatori del gruppo di opposizione interna del "Manifesto", quando cominciai a fare attenzione alle voci degli universitari, soprattutto di Milano. Parlavano con trasporto e con gioia di un prete che stava rinnovando la loro vita con la ragione e la fede in un Cristo inedito e presente, il cui mistero dava argomenti all'essere "dalla parte di Dio". Qualcuno mi raccontò, aumentando il mio allarme e il mio sconcerto, che egli era solito parlare anche di noi, dei comunisti, dicendo che erano come gli altri: "conservatori, non veri rivoluzionari: l'unica vera rivoluzione è quella di Cristo che per noi si è fatto uomo". Non era il modo comune in cui ci si rivolgeva a noi "rivoluzionari di professione", come dicevamo di essere, ma un modo nuovo e intrepido di "pensarlo e farlo".
Mi intrigò questa "provocazione" avvincente, sicché volli saperne di più. Mi informai meglio e così crebbe la mia volontà di mettermi in discussione, non mutando già da allora le mie rigide e coriacee convinzioni, ma aprendo una finestra nel mondo, nel costrittivo mio modo di vivere, nell'inquietudine della vita e dei suoi drammi anche politici. Da quelle trascinanti parole sorse in me un desiderio di apertura e di liberazione che mi portò assai al di sopra e al di là del mio vissuto. Accettai quella che mi sembrava una sfida concreta e, nei molti anni della mia professione di giornalista e inviato in tutto il mondo, praticai il mio itinerario verso la fede. Quel piccolo prete fu il mio gigantesco suscitatore di fede gioiosa. Tutt'altro che integralista egli mi apparve, subito, ma un uomo che convincendo mostrava come essere persone fuori dagli schemi. Conobbi allora, e dal di fuori ammirai, i seguaci del Movimento, che a lui si riferivano nella scuola e nelle professioni, dando testimonianza di coraggio, comunione, amicizia: l'esatto contrario di ciò che avevo patito nell'esperienza comunista. Il mio itinerario con don Giussani l'ho vissuto come umanizzazione di Cristo attraverso il Vangelo».
Oggi lei definisce Togliatti un «non-uomo», doppio e antiumano come il suo Pci. Vent'anni accanto a un «non- uomo». Che significa allora «riscoprirsi uomo»?
«La memoria di Togliatti, scaltro organizzatore politico e culturale, è per me quella di un'esperienza disumana e del rifiuto di una trascendenza che completi la ragione post illuminista. Non banalmente ateo era Togliatti, ma negatore con i fatti della qualifica dell'uomo che è in ogni uomo. Quel titolo del libro è appunto la storia del mio riscatto da un passato da cui non mi assolvo, per riconquistare le mie qualità di uomo: che sono di ragione, di cuore, di libertà da guadagnare in una lotta incessante per la verità. Colui che mi ha ingaggiato, illuminato in questa lotta è stato Giussani. Giussani è per me l'amico. Mi ha sostenuto in questa lotta il suo senso della bellezza che si realizza in Cristo . Quando, da homo viator,ho incontrato Cristo nelle pagine del Vangelo, ho cominciato a essere uomo».
«Il comunismo è solitudine», lei scrive, "sono passato alla forma piena di grande coesione", all'amicizia. Com'è nata questa amicizia? E, infine, lei combattente di tante rivoluzioni, e più volte eretico, a 83 anni ha stabilito qual'è, di tante rivoluzioni, quella vera?
«La mia vita nel comunismo è stata collettivamente sola: stavo con molti altri, ma con nessuno con il cuore. L'amicizia, gli incontri sono avvenuti quando mi sono liberato dalla camicia di forza dell'ideologia e dei suoi ceppi e costrizioni. L'amicizia, poi, è un dono che ti raggiunge sorgendo dal tuo essere, promessa di bene, scelta di libertà. La individui con stupore e gioia, la realizzi con ammirazione per l'altro da te che non incarna un dualismo, ma una indissolubile, consapevole, unicità, un dipendere dall'altro che ti legge nel cuore e individua il cammino più giusto per essere sempre "rivoluzionari": cioè rinnovatori della propria esistenza.
Non ho mai incontrato don Giussani di persona. L'ho vissuto e lo vivo quotidianamente, incessantemente come maestro e guida generosa per la mia fermezza e la comune identità cristiana».  grazie alla Roccia Splendente

Postato da: massimo70 a 23:28 | link | commenti





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